Architetto, ricordati della felicità...
Riporto quanto pubblicato sul Il Messaggero del 27.11.06
........e rifletto....!!!!!
De Botton: che sfacelo se chi costruisce edifici fa l'ingegnere e non l'artista
Architetto, ricordati della felicità
Vorrebbe condividere l'idea di Charles Fourier, utopista sublime vissuto tra il XVIII e il XIX secolo, filosofo del "nuovo mondo amoroso" e ideatore del falansterio, per il quale l'architettura potrebbe condurre alla felicità sociale. «Invece, è una promessa quasi sempre tradita», sostiene Alain de Botton, 37 anni, scrittore svizzero trapiantato a Londra (autore, tra l'altro di bestseller come "Le consolazioni della filosofia" ed "Esercizi d'amore"). In "Architettura e felicità" (...) de Botton va subito al "dunque" con provocatoria immediatezza. E si chiede «perché siamo circondati da così tanti edifici brutti o semplicemente mediocri» passando in rassegna l'intera storia della progettazione architettonica, soprattutto quella del secolo scorso, senza risparmiare capolavori come Villa Savoye di Le Corbusier definita "inabitabile" dagli stessi proprietari che l'avevano commissionata a Le Corbusier...
Le sue opinioni, beninteso, sono discutibili come i suoi gusti, che non si discostano da quelli della maggioranza delle persone. Ma è proprio questa combinazione di eclettica erudizione e di senso comune, che travolge ogni barriera specialistica, a rendere intrigante la sua requisitoria.
De Botton, il suo saggio è quasi un "processo" all'architettura, con un preciso capo d'accusa: tradirebbe le proprie ambizioni. In che modo? «Il guaio è che ci sono molti cattivi esempi di architettura. Certo, le cose brutte non riguardano soltanto l'architettura. Ma un edificio ha una caratteristica inquietante, da questo punto di vista: dura nel tempo... Una volta costruito sta lì, rimane. Un cattivo libro può essere facilmente dimenticato e messo da parte. Di un'architettura infelice è difficile sbarazzarsi».
E' difficile contraddirla, su questo punto. Ma non crede di essere stato troppo severo o pessimista nei suoi giudizi? «Il mio pessimismo è solo apparente. Io amo l'architettura e, soprattutto, sono assolutamente convinto che un bell'edificio, pubblico o privato che sia, possa migliorare la qualità della vita degli esseri umani. Purtroppo, tra quelli realizzati nel XX secolo, non ne salverei molti».
Lei non è certo tenero con il movimento moderno e con Le Corbusier in particolare... Perché? «Io non ho nulla contro l'architettura moderna. Ne apprezzo molte realizzazioni. Il problema del movimento moderno è stato quello di essersi fatto contagiare dal linguaggio scientifico sacrificando spesso obiettivi estetici fondamentali. Architetti come Le Corbusier parlavano come scienziati o ingegneri dimenticando di essere anche artisti. In Inghilterra, per queste ragioni, il modernismo ha una cattiva reputazione ed è un peccato perché l'architettura moderna può essere senz'altro all'altezza di quella classica e rinascimentale».
Qual è il suo architetto preferito? «Louis Kahn. E' stato un maestro. Ha costruito edifici pubblici e privati molto belli, con grande rigore ma senza la freddezza che si riscontra in tanti esempi di “cattiva” architettura moderna».
E quali sono i luoghi, le città che ama di più? «Se penso all'Inghilterra e alla Gran Bretagna, città come Bath ed Edimburgo, con la loro armoniosa eleganza, hanno tutta la mia ammirazione. Più in generale, i miei gusti non si discostano da quelli della maggioranza delle persone dei paesi più diversi. Roma e Parigi, Amsterdam e Firenze sono giudicate, senza far torto a nessuno, più belle e appaganti di Francoforte o Nantes... E, personalmente, aggiungerei alcune zone di Manhattan».
Cosa pensa dei grandi architetti contemporanei che, negli ultimi anni, si sono imposti anche come superstar mediatiche? «Mi piace molto Frank Gehry, per le sue creazioni spettacolari e per la sua capacità di dar vita a forme e spazi di notevole qualità estetica. A mio avviso, è l'architetto di maggior talento tra quelli della corrente ribattezzata come de-costruttivismo o neo-barocco. Lo preferisco senz'altro a Daniel Libeskind e Zaha Hadid».
Cosa si aspetta dal futuro? «Il XX secolo è stato dominato da un'architettura molto “virile”, quella dei grattacieli e della eliminazione di ogni elemento decorativo. Credo che adesso andremo in una direzione diversa, più “femminile”... Penso a Venezia, una città di eccezionale bellezza, esaltata dalla dolcezza e dall'eleganza di ogni aspetto della vita urbana. Ecco, il suo esempio dovrebbe essere prezioso anche per il recupero della bellezza e della qualità della vita delle città del Terzo Millennio».
di Massimo Di Fortida Il Messaggero del 27.11.06


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